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martedì 13 settembre 2016

Ciao Ale!

Caro cuginone...
è difficile scriverti proprio ora.
E' dura, perché mi rimorde la coscienza non aver mai trovato il tempo di parlare con te, di fidarmi pienamente di te, come solo mamma e nonna hanno sempre fatto.
Poche volte mi sono avvicinata a te, poche volte ti sono stata vicino, poche volte ti ho sostenuto. Proprio io, la figlia della tua zia preferita, quella a cui hai voluto tanto bene da dare il suo nome a tuo figlio.
Proprio io, che sostengo con fierezza che è troppo facile amare chi si comporta sempre bene e chi è sempre allegro, e che l'amore vero si dimostra quando una persona tocca il fondo e ne ha davvero bisogno.
E invece anche io, come tanti altri, ho sorriso con te solo quando eri in buoni sentimenti.
Mi vergogno per averti scansato, per essermi vergognata, per non averti dato fiducia, per averti perfino odiato, ok all'epoca avevo la scusante dell'età, ma non è che mi faccia sentire meglio.
Zia se n'era andata e tu ti eri rifugiato nella droga.
Un continuo di viaggi e fughe per e dalla comunità.
Un continuo cercarti di notte negli angoli più brutti del quartiere, con mamma e papà sempre pronti a recuperarti in chissà quale stato.
I piccoli furti, le caserme, tanti lavori guadagnati e poi persi.
Momenti in cui sembrava che ce la facessi e ricadute ogni volta sempre più buie, con l'ansia costante di ricevere la telefonata di qualcuno che ci annunciasse la tua morte per overdose.
Preoccupazione, delusione, la speranza. Quella non ci ha mai abbandonati.
La rabbia per un ragazzo di valore, sprecato così per colpa di quella robaccia maledetta.
Il recupero, finalmente, grazie all'amore di uno zio e di una zia che ti hanno accolto come quel figlio che non avevano mai potuto avere... Quel recupero che costò così caro a tutti, quando, per un colpo di testa di lei, zio perse sua moglie per te e noi tutti perdemmo te, bandito con lei dalla vita della famiglia.
Stavi bene con lei e non toccavi più quelle sostanze, ma eri ormai un esiliato, vittima di una damnatio memoriae che ci vietava perfino di nominarti, davanti a zio.
Figuriamoci poi se ti avesse visto sotto al nostro balcone, quando nonna ti calava giù una rosetta, un pacchetto di sigarette, qualche spiccio. Quante liti.
Poi zia, come tua mamma, se ne è andata per sempre, anche lei portata via da quel male brutto di cui non si fa mai il nome, e di nuovo giù nel baratro, da solo.
Un padre assente, come sempre, stanco di lottare.
Una famiglia inesistente, a causa dei vecchi ma tenaci rancori.
Solo mamma e nonna con te, pronte ad accoglierti senza "se" e senza "ma", perché eri il figlio di "pòra" Liliana e non potevano abbandonarti.
Hai cominciato a mantenerti riparando computer e loro non avevano segreti per te. Qualunque fosse il problema con quegli aggeggi, tu con pazienza e caparbietà lo risolvevi.
L'incontro con M. sembrava averti riportato ancora una volta alla vita e nessuno aveva immaginato che proprio con lei, quella ragazza con le mani d'oro, saresti caduto per l'ennesima volta in quell'inferno di aghi, buchi e veleno.
Poi è nato F. ed è scattato qualcosa in te: nonostante non potessi tenerlo con te volevi essere per lui quel padre che tu non avevi mai avuto e ci sei riuscito. Tuo figlio sta crescendo bene, gli hai insegnato tanto e gli hai dato una giusta via da seguire.
Con le tue forze sei riuscito a rimetterti in piedi e a rimettere ordine nella tua vita, che è rimasta certo sgangherata, ma è tornata ad essere pulita.
E, nonostante ciò, per gran parte della gente, anche quella di casa, tu rimanevi la pecora nera, la testa calda con un passato difficile.
Io sono stata fra quelli, ma credimi, ti ho voluto bene. Te ne ho sempre voluto, perché sei sempre stato spietatamente sincero e vero, quel che avevi nel cuore lo avevi sulle labbra, senza troppi falsi giri di parole. 
Sì, mi hai fatto rabbia, ti avrei lasciato totalmente abbandonato a te stesso, pur di svegliarti da quel torpore che non faceva uscire le tue tante qualità.
Sì, ho avuto paura di fidarmi e poi rimanere delusa ancora una volta, ho avuto paura. 
Me ne vergogno.
Come ti ho detto su Whatsapp, conservo ancora gelosamente l'utilissimo marsupio della Victory che mi avevi comprato negli anni '80... Eravamo tutti più spensierati e tu mi portavi in giro sulla Vespa bianca, su e giù per il cortile di casa.
Quest'estate le cose sono andate meglio, però, e sei riuscito a recuperare il rapporto con tuo padre, passando finalmente una serena vacanza con lui e F. e ne sono contenta, non sai quanto!
Vorrei potertelo dire, vorrei poterti abbracciare.
Mamma non ti aveva visto per due o tre giorni, ma nessuno si è preoccupato, non era una cosa inusuale.
Poi, sotto casa, l'ambulanza e i Carabinieri, ed abbiamo pensato alla solita vecchietta rimasta chiusa in casa, magari dopo una caduta, come ce ne sono state tante.
"Vai a controllare, mamma, poi fammi sapere, io ti aspetto qui!"
Un quarto d'ora dopo, al telefono, sono venuta a sapere che tu non c'eri più.
Che te ne eri andato, da solo, in silenzio, che ti avevano trovato seduto lì, dove quel tuo amico ti aveva lasciato, convinto che ti avrebbe rivisto nel pomeriggio.
Proprio ora che tutto andava così bene...
Tanti maligni hanno subito pensato ad un'overdose, ma stavolta io sono stata dalla tua parte, come mamma e papà, e non ci ho creduto.
L'autopsia mi ha dato ragione, te ne sei andato come una persona pulita.
Ancora non ci credo, non ci crede nessuno.
Gli amici del Tufello, per "acci" che fossero, ti hanno lasciato un sacco di messaggi. 
Tuo padre ha detto a F. di non credere alle cattiverie che dicono di te, perché tu eri un eroe, ed è distrutto, perché sa che non potrà mai rimediare ai suoi errori. 
Zio va a trovarti in ospedale ogni giorno, anche se ci hanno detto chiaro e tondo che non ci lasceranno vederti. 
Mamma si sente sola, perché da quando sono quissù sei tu che ti occupi di farle compagnia quando va a fare la spesa e sei tu che la tenevi su, con una chiacchiera o un caffè, con il tu essere sempre così caciarone, vanitoso, un po' matto, generoso e tanto testardo.
E io sono qui, col mio inutile senso di colpa. Ogni tanto ascolto i tuoi messaggi vocali su Whatsapp.
E' difficile scriverti proprio ora.
Mi dispiace di non aver mai trovato il tempo di parlare con te, di fidarmi pienamente di te.
Ovunque tu sia, spero mi crederai...
Ti voglio bene, cuginone.
Dai un bacione a zia, a nonno e a nonna, di' a nonna se mi perdona per la storia dei numeri, anzi, ringraziala.
Mi manchi...
Ciao, Ale :-*

2 commenti:

Fai sentire la tua voce! O meglio: fai LEGGERE le tue PAROLE! :-)

Let me hear your voice! Or better: let me READ your WORDS! :-)